• Aumenta dimensione testo
  • Diminuisci dimensione testo
  • Invia articolo
  • Stampa articolo

Enìa-Iride, soci pubblici al 30% entro il 2015


Non passa giorno senza che la fusione tra Enìa e Iride assuma i contorni di una corsa ad ostacoli, con l'aggravante del tempo che inesorabilmente stringe: gennaio 2010 è sempre più vicino, mentre la chiusura dell’operazione (già approvata dalle assemblee delle due società) appare ad ogni indiscrezione di stampa più nebulosa e difficile da chiudere.

Come se non bastasse la stangata fiscale da 65 milioni di euro su Iride, non prevista dalle due aziende ai tempi della formulazione del concambio ma che sta gettando in un vortice di incomprensioni le due proprietà delle multiutility coinvolte nel progetto di fusione, sono a tutt'oggi inascoltate le richieste dei 5 sindaci maggiori azionisti (Reggio, Parma, Piacenza, Genova e Torino) che oltre un mese fa avevano preteso a gran voce una soluzione immediata alla vicenda.

Il nuovo tassello dell'intricata vicenda è la riforma dei servizi pubblici locali, attualmente in discussione in Parlamento: se dovesse essere approvata, la norma obbligherebbe i soci pubblici delle ex municipalizzate a ridurre la quota in loro possesso entro il 2015 sotto il limite massimo del 30%, con tanti saluti alle promesse di mantenere la maggioranza pubblica dei servizi. Una condizione che mette nei guai il comune di Genova, che all'atto di approvare l'operazione Enìa-Iride aveva posto il suo parere favorevole subordinandolo al mantenimento del controllo pubblico (almeno il 51%) del neonato soggetto post-fusione.

La situazione che si verrebbe a creare sarebbe la seguente: Enia, sbarcata a Piazza Affari dopo l’ottobre 2003 e quindi non toccata dal maxi-rimborso dovuto allo Stato risalente al periodo 1996/99, dovrà anticipare di un anno rispetto alla prevista data del 2011 la messa in gara delle concessioni dei servizi idrici e ambientali; per quanto riguarda Iride invece, quotata in Borsa prima di ottobre 2003 e obbligata ora dall'Europa a restituire all'erario italiano ben 65 milioni di euro per aiuti "illegali", gli azionisti pubblici dovranno scendere ad una partecipazione inferiore al 40% entro la fine del 2013, per poi calare ulteriormente la loro presenza nell'azienda sotto quota 30% entro la fine del 2015. La pena per la mancata obbedienza sarebbe la perdita delle concessioni.

La posizione della società emiliana è nota: la dirigenza sta tentando di convincere la controparte delle mutate condizioni dettate dalle decisioni dell’Unione Europea in merito ai rimborsi allo Stato e tende a porre un aut-aut alla futura partner: o una cedola (ipotizzata da un analista come potenzialmente compresa tra 0,26 e 0,33 euro per azione) o una ricapitalizzazione di Iride. Secondo l’utility di Reggio, Parma e Piacenza è evidente lo sbilanciamento che si è venuto a creare dopo l'ufficializzazione del maxi-rimborso dovuto da Iride allo Stato e si tenta di trovare un’adeguata compensazione.

Ultima nota stonata della vicenda, secondo fonti dell'agenzia di stampa Reuters, sarebbe una legge approvata nel 2008 dalla Regione Liguria che consentirebbe di prorogare al 2032 le concessioni dei servizi idrici: una norma "in controtendenza rispetto alla logica di mercato e ai principi normativi in dicussione al Parlamento. Non è difficile immaginare che lo Stato possa impugnare questa legge".


Ultimo aggiornamento: 09/11/09

  • Condividi:
  • Wikio
  • Upnews.it
  • OKNotizie
  • segnalo alice
  • Segnala su Badzu
  • Aggiungi a Del.icio.us
  • Aggiungi a Technorati
Esprimi il tuo commento
I commenti sono moderati e saranno pubblicati solo dopo l'approvazione della redazione.